Fine anno scolastico

La pressione che molti alunni si portano dentro

Premetto una cosa: questo non vuole essere un attacco alla scuola,
né una polemica infinita.
Vorrei solo raccontare la mia esperienza.

I miei anni scolastici sono stati molto pesanti per me.

Non ero l’alunna dai voti alti.
Anzi, spesso collezionavo insufficienze e, col tempo, ho iniziato a convincermi di
essere sbagliata.

Non mi sentivo capita.
Non perché non avessi voglia di imparare, ma perché il mio modo di apprendere
sembrava non andare mai bene.

Ricordo ancora certe sensazioni:
gli sguardi degli insegnanti, le domande fatte velocemente, la paura di sbagliare appena aprivo bocca.

E più mi sentivo sotto pressione, più mi bloccavo.

“Non parlare se non sai cosa vuoi dire”
“Prima prepara bene la frase”
“Non hai studiato”

Frasi che magari per qualcuno passano in fretta, ma che su una persona sensibile
possono restare addosso per anni.

E la verità è che, a volte, finivo davvero per non studiare.
Ma non perché non mi importasse.

Semplicemente avevo smesso di credere in me stessa.
Mi ero convinta che tanto non sarebbe andate bene comunque.

Avevo addosso quella “nomina” dell’alunna che non si applica, e col tempo ho iniziato a
vedermi anch’io così.

Non mi davo nemmeno più la possibilità.
Perché quando cresci sentendoti continuamente giudicata o non abbastanza, a
un certo punto inizi a vivere ogni tentativo come qualcosa di inutile.

E tra scuola e situazioni familiari difficili, dentro di me si era creata una stanchezza
emotiva enorme.

Così ho iniziato davvero a credere di essere stupida.

E la cosa più triste è che ci ho creduto fino a quasi quarant’anni.

Poi qualcosa è cambiato.

Diventare madre mi ha aiutata.
Avere accanto persone che credevano in me anche.
Ma soprattutto, a un certo punto, ho iniziato ad ascoltarmi davvero.

Mi sono accorta di avere pensieri miei.
Ragionamenti miei.
E ho scoperto che molte volte erano giusti.

Può sembrare una cosa normale, ma per me è stata una rivelazione enorme.

Da lì mi sono avvicinata alla scrittura.
Ho iniziato a riempire quaderni di pensieri e, senza accorgermene,
ho scoperto qualcosa che non avevo mai visto in me:

la capacità di emozionare attraverso le parole.

E allora ho capito una cosa importante:
i voti non raccontano davvero chi siamo.

La scuola insegna, valuta, prepara.
Ma non può definire il valore di una persona.

Perché non tutti apprendiamo allo stesso modo.
Non tutti abbiamo gli stessi tempi, la stessa sensibilità, o
lo stesso modo di esprimerci.

Eppure molti ragazzi crescono sentendosi “meno”,
solo perché non riescono ad adattarsi a un determinato metodo.

Oggi, da madre, me ne accorgo ancora di più.

Perché a volte i ragazzi sanno più di quanto riescano a dimostrare dentro una verifica o
un’interrogazione.

E forse il problema non è quanto un ragazzo vale… ma quanto poco
riesce a sentirsi visto.

Scrivo e do voce alle parole. Uno spazio per chi sente, senza bisogno di spiegare tutto.
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